giovedì 4 dicembre 2008

PROFILO PERSONALE

Terminate, per ora, le intemperanze "templatiche" mi acquieto su questa pagina classica e chiara. Non è detto che, più in la, non ci riprovi: si deve anche considerare che la forma è un recipiente, importante, dentro il quale riversiamo quel che siamo; avevo trovato QUI alcuni template splendidi...ma non si adattano a questa "vecchia" piattaforma. Pazienza, non voglio che l'abito vesta il monaco che non sono mai stato.

Ho deciso di postare alcune cose antiche che abitavano in una dimensione diversa da questa: dove è stato utile e possibile le ho modificate per adeguarle alla nuova atmosfera, più spesso le leggerete così come son nate.

Questo è il mio vero profilo personale:



"Non si affitta ai meridionali", lo vidi scritto la prima volta sui vetri di una portineria di Viale Certosa a Milano, forse era il 1962.

Una delle ultime occasioni per leggere i proclami di difesa della razza dei "Padani". Pochi anni dopo, al liceo, avevo già incontrato la gente e le ideologie, avevo diciotto anni ed ero abbastanza stupido da ritenere di conoscere il mondo.

In verità sui tafferugli con la polizia, occupazioni, lotte di classe, borghesi e proletari mi ero fatto quasi naturalmente una vasta esperienza. Ed è difficile descrivere l'emozione nel veder salire sempre più in alto gli orli delle gonne delle compagne di classe e sempre più in basso i freni inibitori.

C'era, è vero, un gran buco nero sopra il capitolo rapporti uomo-donna e un certo smarrimento davanti ai primi cortei femministi. Ma la politica era tutto. La politica e le idee che la sorreggevano. Questo aveva riempito gran parte dei miei giorni. Per lei si soffriva, si lottava, si litigava e ci si divideva…certe volte si moriva.



L'ideologia di quegli anni liceali e universitari: l'amante ingorda e insaziabile, la nostra mecenate e, insieme, il nostro brutale tiranno, la colla sociale del nostro aggregarsi giovanile. La nostra fantasia idiota e la nostra paura quotidiana.

Credetti allora che non potesse esistere nulla di più totalizzante: gli amici e i ragazzi d'allora ne erano la testimonianza vivente.

Adesso è trascorso abbastanza tempo, adesso è diverso, possiamo comprendere senza serenità quanto fosse grande e inspiegabile la nostra presunzione. Io l'ho capito, ma penso a voi.

A te Walter: avresti ricordato di più l'occupazione del dicembre '69 o i baci di Fiorisa?A te Ferruccio: avresti discusso con maggiore passione dei rapporti sessuali con le compagne emancipate o delle tette d'Adriana?

Mauro ti saresti ricordato sempre delle giarrettiere d'Annalisa?

Per quanto mi riguarda non sarei mai riuscito a spiccicare una sillaba davanti agli imperiosi occhi viola di Tiziana, nemmeno se i vietcong avessero sconfitto subito gli amerikani. Ciao Ambrogio, Stefano, Adelio… un abbraccio anche a voi Silvana, Irene, Mirta, Marina…è dannatamente sicuro che non ci incontreremo mai più.



Nessuna rimpatriata decennale della terza B. Sono certo che avete capito anche voi: ci siamo distratti a lungo per inseguire le idee e l'altra metà del cielo spesso si è presa gioco di noi.

Vi salutai allora, definitivamente. Dovunque vi troviate a me, a voi, forse sarà rimasto il tempo per incontrare il segreto nascosto dentro di noi. Provarci è essenziale. Addio.

mercoledì 3 dicembre 2008

AIUTOOOOOO!

Come avete visto andando in giro per il web alla ricerca di un Template nuovo (ancora non trovato ) HO COMBINATO UN MACELLO. Non ho salvato corrrettamente il vecchio modello e mi sono spariti i LINK che mi ero pazientemente costruito.
Per favore coloro che hanno frequentato questo blog negli ultimi tempi mi facciano un commento su questo schifo di post. In tal modo posso recuperare i link
PS: Mi si è auotomaticamente aggiornato anche internet explorer e sono spariti tutti i miei "preferiti"......forse sparirò anch'io. Proprio adesso che mi ero fatta venire un'idea brillante.

lunedì 1 dicembre 2008

SLOW TIME


Non ho paura di questo tempo lento, posso dirlo con pacata tranquillità: sento che ci trascina lo stesso.

Vi ho detto abbastanza? Vi ho raccontato dei gelsomini, del mare e di una ragazza dagli occhi chiari?

Avevo fretta e non lo sapevo: una frenesia inutile e cattiva, per questo non ho paura del tempo lento di adesso. Dobbiamo leggere di più, capire di più, dobbiamo raccontare anche a chi non sa nulla di blog. E’ ridicolo e sopratutto riduttivo per noi e per gli altri, dobbiamo fermarci , indugiare sui nostri dubbi e su quello che amiamo nel profondo.

Dobbiamo amare di più questa nostra lingua duttile, sinuosa, elegante e amorosa che ci lega e ci fa scambiare emozioni. Facciamo un club del tempo lento, aperto a tutti, una casa tranquilla e sicura che sia la partenza e il ritorno dei nostri viaggi attorno alla parte di mondo che ci tocca. Io voglio la tessera n.UNO. o quella numero 1000, comunque sia voglio la tessera ma senza spingere o urlare. Con dolcezza.

venerdì 28 novembre 2008

CINZIA


Imparai da bambino a centellinare

la magia

che una ragazza

sparge attorno a sé.

Scivolare tra le pieghe di un suo

sguardo,

assaporare poi, nel ricordo

di un’ora dopo, la trasparenza di una

mano,

il particolare timbro di un

silenzio,

gli altri mondi soltanto accennati

in un volgere del

capo.

Ti osservo ancora a quel modo

e tu giochi a far finta di non

saperlo.

Imparai da ragazzo a rincorrere la

diaspora di pensieri che una donna

porta con sé.

Ed è così che non ho mai scordato

il primo stupore

di te.

Un po’ di quella magia ancora

s’insinua tra noi come

una carezza di seta al termine di questo giorno.


Una fuga, dalla violenza e dal sangue: il bisogno disperato di non morire così, di non scrivere di altri addii, di altri vuoti incolmabili, di altre intelligenti crudeltà. Questo blog è una fuga, solo questo. I vostri?

mercoledì 26 novembre 2008

POLVERE E TRAMONTI

Il contatto con il mondo degli altri nella blogosfera mi ha portato il senso del silenzio; è stata una donna: Luna-tica: Qui sotto c'è una realtà non una fantasia: è tutto veramente accaduto. In Sicilia, ad occidente, dove il sole va a dormire dentro il mare.


Selinunte suona magicamente dentro la mia testa, la parola si scioglie lentamente dentro la mia immaginazione: ora si è adagiata qua, davanti a me per soffiarmi sul viso quel che resta di un tempo svanito 40 anni fa, in un pomeriggio come questo quando avresti visto quattro persone camminare lentamente lungo il viottolo che attraversa la zona archeologica.


L'ordine del drappello era sempre lo stesso: mio padre in testa, davanti a tutti di almeno una decina di metri. Poi mia madre, guardinga e speranzosa di un ritmo di marcia meno baldanzoso. Infine io e mia sorella, occupati a sciamare ovunque in ordine sparso. "Passeggiate in famiglia" erano chiamate ed erano ogni volta un'avventura diversa; una sorta d'animazione primordiale senza telecamere attraverso le rovine dei templi dorici della collina orientale, le pietre ammucchiate come pugni di sale bianco sopra un poggio che guardava il mare.


Di nuovo qui, affretto il passo, guardo in alto a occidente, il sole ha iniziato la sua discesa…sento la voce di mia madre. mia sorella ride inseguendo una lucertola. Io invece mi fermo, come facevo allora, per raccogliere una lumaca attaccata ad uno sterpo rinsecchito. Perdo tempo dunque e resto indietro, allora come adesso.

Immobile davanti al tempio il silenzio è assoluto, con la mano cerco la fotocamera dentro la tasca del giubbotto. Sulla pelle scorre un brivido sottile, un'emozione vera: come da bambino questo silenzio è il segno premonitore del miracolo che mi attende fra le rocce.

Le colonne si vanno colorando di un rosa più intenso rubato al sole che, sempre più grande, ormai è quasi sopra il Baglio Bonsignore. Devo muovermi più in fretta. D'ora in poi il tempo muterà nell'intimo la sua essenza, il tempo che qui ha una cadenza sacra, un rito in cui i minuti, i secondi possono dilatarsi o coagulare gli uni sugli altri senza uno schema logico prevedibile.

Quarant'anni prima…. per mio padre, era molto più semplice: una sera dopo l'altra l'estate lunghissima gli regalava opportunità continue di vivere senza fretta. Dopo la sosta al tempio E, ancora pochi passi e tutta la famiglia giungeva sullo spiazzo delle rovine del tempio G: un'enorme quantità di blocchi di pietra grigia, un groviglio inestricabile e confuso di rovi, terra e resti architettonici popolati da gechi e insetti. Dell'immensa struttura restava il perimetro d'alti gradini ed un'unica alta colonna interna, levata come un dito ammonitore e misterioso. Era chiamata da sempre "lu fusu di la vecchia" .

Le voci mi raggiungono nuovamente…-" Mamma, che significa? E dimmelo. Perché non me lo dici?- Non significa nulla di speciale, Mariella. E' un soprannome popolare come tanti, non vedi, somiglia ad un fuso per filare questa colonna"- Interveniva mio padre e, mentre salivamo per un sentiero fra le pietre, ci raccontava per l'ennesima volta di com'erano le cose prima e non fossero più. Filatura compresa
Sento il silenzio, sempre più assordante. Percorro, da solo, la vecchia strada e sono stupito di come niente sia cambiato: le gambe sembrano muoversi in modo autonomo.Mi fermo. Attendo un momento ma le voci sono scomparse, lontano, da molto tempo, questo pellegrinaggio è iniziato da solo, deve finire in solitudine per una logica antica e solenne. Avanti per qualche metro: sono proprio sotto” lu fusu” e le ombre diventano sempre più lunghe. Altri passi veloci… finalmente "la seggia" è davanti a me! Per uno strano e insondabile caso questo pezzo d'architrave, crollando dall'empireo della sua alta funzione, rotolando e spezzandosi assieme alle migliaia di altri blocchi di pietra, è rimasta in cima al mucchio. Superba e insensibile agli insulti del tempo, capovolgendosi, si è sistemata come un divano di foggia avveniristica sopra tutti i resti della gloria ellenica. Arrampicandomi poggio infine le spalle sullo schienale di pietra: è ancora dolcemente tiepido per il calore accumulato durante il giorno. Ma, ora, non c'era più tempo per riflettere: Lo spettacolo sta per iniziare.
Il cielo terso, immacolato, da azzurro è diventato blu intenso. Io, seduto nella mia poltrona, vedo comparire la prima stella: Venere che manda un lampo di luce e comincia a brillare come un gioiello. Il sole, largo e arancione, s'è portato sulla verticale dell'acropoli, il suo disco sta diventando, nella parte inferiore, di un rosso carminio, come fosse venato di sangue. Non c'è più luce, piuttosto un riflesso interno e luminoso che ha vita propria. L'astro scende tra le colonne del piccolo tempio dell'acropoli che sono diventate tanti minuscoli aghi neri, rilevati sullo sfondo del cielo e del mare. Adesso hanno entrambi un'impossibile tinta color indaco.Mi gira la testa. Non vedo nulla, ma sento tutto con precisione assoluta.


Poi, all'improvviso, questo stillicidio cromatico e temporale diventa un urlo viola:Il disco solare emette un respiro tagliente di luce rossa e il tempo si ferma. Tutto immobile: il cielo, la terra su cui poso i piedi, il sole pronto ad essere inghiottito dal mare, le pietre dei templi e l'aria con il suo sottile aroma di rosmarino. Io sono lì, ero lì, sono stato lì... come il bambino di quarant'anni prima e l'uomo di adesso. I miei ricordi d'infanzia legati ai pensieri da vecchio che rigiro nella testa.Ogni cosa al suo posto, sospesa, perfetta nel suo significato più intimo, senza alcuna necessità di collocazione temporale. Probabilmente è questa l'eternità, quella parte di metafisico che ognuno di noi possiede e che spesso chiamiamo anima; il desiderio struggente che divora la nostra vita come un'amante irraggiungibile. Mi invade un benessere calmo, profondo ed io lo assaporo fino in fondo, le braccia allargate e la testa reclinata all'indietro: poter riflettere e finalmente capire come si è chiuso il cerchio della mia vita, cosa ho fatto; Quel che sono diventato è un segreto chiuso dentro di me.
Sono state le cicale a segnare la fine dell'incantesimo, a farmi scendere dal divano di pietra. Attorno al tempio camminavano tranquillamente mio padre, mia madre, mia sorella; la famiglia di nuovo unita ed è stato molto bello tornare ragazzino, con loro.

Quella notte, seduti sul grande capitello rovesciato,




abbiamo ascoltato con attenzione le molte storie,





le piccole grandi avventure narrate da mio padre.


Il firmamento era un enorme puntaspilli di velluto nero pieno di stelle e galassie. Fu eccitante osservare una luce mobile che attraversava lo spazio sopra di noi: un aeroplano? Forse un satellite? Più probabilmente lo sguardo divertito degli antichi Dei che osservavano il nostro formicolare quaggiù sulla terra.

Papà, sono certo che anche tu ricordi le notti in cui stavamo tutti con il viso in aria a farci accarezzare dal vento tiepido che veniva dall'Africa.
Esse non sono trascorse per sempre, sono soltanto andate altrove a raccontare di noi quattro e dei nostri stupori.

martedì 25 novembre 2008

GATTOPARDI VICERE' E CASSATE

Da certi film e da certe riflessioni si esce stranamente pensosi, allo stesso modo si esce da certe passeggiate compiute di mattina, né presto né tardi, consumate in un angolo di giardino pubblico risparmiato al caos cittadino.

Ritengo che ogni siciliano che si rispetti viva dentro di sé quel dualismo che a volte diventa impietoso tra realtà beffarda e utopie, tra concretezza e fantasia, ma soprattutto tra idealismo e lucido nichilismo. Non è sempre un’analisi attenta e colta che ci fa pendere da un lato piuttosto che da un altro: più spesso sono un gesto, un colore o un suono che dispongono il nostro animo ad una benevolenza tanto immediata quanto infondata.
Ce lo siamo detto molte volte e da varie angolazioni, la storia sociale e politica di questa pseudo nazione ha un riscontro non casuale o accessorio nel meridione annesso alla monarchia sabauda dopo il 1860. E appresso alle camicie rosse dei garibaldini scendono poi gli stracci dei contadini e gli abiti di lusso ai balli nei palazzi dei baroni siciliani; scendono anche la cultura, il desiderio di Europa e il richiamo del medioriente troppo vicino per essere ignorato.

Il quadro si ricompone in mille sfaccettature e altrettanti rimpianti: non c’è mai in questa maledetta isola l’occasione di poter dire o affermare in modo definitivo o corroborante, mai un’emozione che non sia pianto e riso, dolore e piacere…passione e stanchezza intimamente fuse assieme.

Il principe Salina attraversa la metafisica della vita e della morte, compatisce gli uomini e affida alle stelle una dimensione più degna di essere vissuta per un uomo; che siano gli altri, i nuovi, i parvenu d’ogni lignaggio a sporcarsi col compromesso eletto a regime di vita. Con gli Uzeda di Catania l’assioma dell’interesse è già presente prima dell’impresa dei Mille e porterà assieme ai frack della Sicilia occidentale ad una stessa identica conclusione: tutto cambia affinché ogni cosa resti al suo posto.

Girare per Palermo o Catania, camminare sul set naturale che le due città sono in massimo grado, produce una lenta e continua schizofrenia: dentro la storia e fuori dalla storia, un valzer che cela ballerini cenciosi e poco eleganti, un palcoscenico che brilla di luce propria e canta al mondo una bellezza da ricercare anche contro l’evidenza.


Per chi non è dei luoghi tutto questo è un discorso incomprensibile, spinge ad un atteggiamento di sublime indifferenza come i cittadini che passano tutti giorni davanti alle balconate di Palazzo Biscari






















o in piazza Duomo


e non riescono più ad emozionarsi davanti alla perfetta simmetria ed eleganza del bianco e nero della lunga via Etnea che nasce dall’arco sul mare e il giardino e punta diritta e sicura verso il vulcano che l’attende inesorabile.

O come i palermitani che non sollevano neanche lo sguardo verso le incredibili ville liberty di viale della Libertà


e hanno dimenticato che tutta la storia del paese che sta oltre lo stretto, anche quella peggiore, è partita da queste piazze e sotto queste palme.
Ho scritto questo post davanti a Palazzo Ganci e mi rendo conto che solo una piccola parte dell’immensa malinconia che mi ha attraversato è poi finita fra queste righe;
a pranzo poi la ricotta finemente lavorata, aromatizzata alla cannella, delicatamente farcita da gemme di cioccolato, vestita da una finissima glassa al pistacchio e preceduta dalla frutta candita, è diventata la metafora di questa terra



Una cassata, eccessiva in ogni suo aspetto.

sabato 22 novembre 2008

LUNA

Bianca
Chiarissima
Chiami la luna perché ti
preceda.
Sei il gelsomino che
di notte respira qui
vicino,
l’eco di uno sguardo,
il mio fissarmi sul pensiero
di te.
Non so spiegarmi il mio
animo
Immerso dentro questa
luce bianca,
chiarissima.
Persa per sempre.

Scritta e pensata nell'ultima notte di agosto di quest'anno che se ne va. Distesa sul foglio per un momento di eternità che mi passò vicino e mi salvò. Buon fine settimana.