giovedì 29 gennaio 2009

AGGRAPPATO AL CIELO- Quinta parte


CATANIA, UNA LUNGA VIA, DIRITTA VERSO IL MARE-
Qualcun’ altro ha ricominciato per me.

Adesso che sono altrove non ho affatto le idee più chiare. Qualcuno, osservandomi attentamente, noterebbe lo sguardo un po' obliquo di un naufrago che tenta in tutti i modi di restare in piedi, aggrappato all'albero della nave che mi ha portato sulle rive dello jonio, da quest'altra parte dell'isola.

Una parvenza di "simpatica dignità" è bastata finora a non farmi apparire fuori posto per le strade di questa città. Ci cammino da quasi ventisei anni e vorrei anche entrarne a far parte una volta o l’altra, ma la simpatica dignità non basta. Quindi cammino e mi guardo attorno.

Tutto è dominato dal grande vulcano : è così immanente che puoi sentirlo anche quando non lo vedi: io abito in una città in bianco e nero, in salita verso la montagna, in discesa verso il mare. All'angolo superiore di Piazza Borgo, oggi pomeriggio, c'è il vecchio che vende gelsi neri. Quando mi fermo si alza dalle cassette di legno che gli fanno da sedia e attende la mia domanda sul prezzo. Sono cari.

- "Quanti ne vuole, un chilo?"-

- "No, no, tre o quattro etti sono più che sufficienti." -

- Taliassi che meraviglia dutturi, i scartai io uno pi' uno....facemu 'na mezza chilata?"- Ma io sono irremovibile e lui, rassegnato, prende i piccoli frutti neri dalle vecchie ceste intrecciate di vimini e li infila in una bustina di plastica trasparente. I gelsi cominciano a stillare il loro succo nero come l'inchiostro. Stasera li metterò sopra un piatto bianco e giocherò a mangiarli uno ad uno nel difficile compito di non macchiarmi in modo indelebile.

Resterò a casa. Da solo perchè voglio stare accucciato ad ascoltarmi. Non spingo più nessuna emozione da tempo : ne sono circondato. Quando ero un ragazzo e correvo a perdifiato, talvolta facevo la stessa cosa: restavo accucciato ad ascoltarmi e il mio spirito si sfilacciava in mille rivoli che mi danzavano attorno. Mi pareva così d'essere ricco a dismisura. Da qualche mese un'idea antica è tornata prepotente a bussare alla mia testa, ormai non posso più eluderla; questa sera che già comincia a scendere sarà l'occasione giusta per tutto: per i gelsi neri, per me… e per l'idea. Basterà rimanere accucciato ad ascoltarmi: mi sembrerà di vivere più a lungo? Forse no.

Guardo in giù, dal balcone il panorama si distende verso la plaja e oltre sino alla costa saracena, verso Augusta; quante facce ha la terra dove sono nato? Mio padre non voleva tornarci, diceva che non ne avremmo ricavato nulla di buono , diceva che la Sicilia e i siciliani non sarebbero cambiati mai ( elogio dell'irredimibilità ) che la strafottenza ci avrebbe soverchiato e l'inciviltà annichilito ( elogio dell'ingovernabilità ). Ma nella tarda estate di trentatrè anni fa ci tornò, eccome se ci tornò. E aprì tutte le finestre di casa.

- "Bisogna cambiare l'aria. Picciotti che ve ne pare? E' grande e non è poi così cara. Enzo, le sedie di là, gli scatoloni in questa stanza."-

La sua voce rimbombava allegra per le stanze semi vuote, rotolava e rimbalzava tra le centinaia d'oggetti ancora distribuiti alla rinfusa. Mia sorella sembrava indecisa, lei non aveva pienamente gradito il tasferimento. Probabilmente duemila chilometri erano troppi...lo sarebbero stati sempre. Io invece ero euforico e fremevo per ricominciare tutto da capo come un pioniere del nuovo mondo, Lasciare ogni cosa alle spalle, definita o meno , e provarci di nuovo: il mio sport preferito.E fuori della finestra, bastava affacciarsi, c'era Palermo e il cielo era particolarmente azzurro.

Ma non soltanto del cielo dal colore inconsueto e inciso dal profilo delle palme dovrei dire; anche lo spessore dell'aria, gli odori e i rumori vicino ai mercati popolari disegnavano un mondo del tutto nuovo da esplorare. Di fatto, senza rendermene conto, cominciavo a dare al tempo un ritmo e un valore diversi da prima. Chi l'avrebbe mai detto! Credevo di conoscere quest'isola e quella città fin dalla mia infanzia ma era una conoscenza limitata,da turista , appassionato certo, ma turista con tutte le limitazioni del caso. Adesso potevo fare diversamente: viverci dentro un contesto e scavarlo dal di dentro , le occasioni per farlo mio sarebbero state infinite. Dovevo solo limitare il coinvolgimento ad un passo prima del connubio definitivo, pensai allora, questo per mantenere una lucidità di giudizio degna di un viaggiatore di lusso perchè tale mi ritenevo. Fare l’amore con distacco, in punta di piedi, non coinvolgermi, essere l’esatto contrario di quel che ero e sono!

I gelsi neri cominciano a poco a poco a diminuire nel piatto e io sorrido pensando al numero di sciocchezze che si partoriscono da giovani, alla quantità di proclami e posizioni "imprescindibili" assunte attorno ai ventanni. Palermo fu altra cosa e mi bastonò per bene. Catania mi guarda impassibile, forse vuole benevolmente evitare d'uccidere un uomo morto. Comunque e dovunque io sono sempre stato invischiato in cento problemi , legato fino in fondo ai miei errori , alle mie debolezze , alle vittorie effimere colpevolmente scambiate per trionfi dorati. Questo pensiero mi dà una leggera vertigine: come le scatole cinesi un’idea ne apre subito un’altra e un’altra ancora…Ecco fatto! Sono riuscito a sporcarmi.

E' bastato distrarsi un attimo correndo dietro ai miei pensieri ed una piccola macchia tonda, violacea come un bubbone si è aperta sulla camicia. La sfioro con le dita quasi debba sincerarmi della sua consistenza...e così il gioco è completo perchè le dita sono color inchiostro per aver maneggiato i gelsi. Adesso la camicia sembra la reclame di un film sulla mafia dei primi del '900 oppure quella di un horror di serie B . Il succo dei gelsi è quasi indelebile sui tessuti e quindi sì nun sugnu fissa io, dumani nun agghiorna! Incredibile ma vero, faccio a 50 anni gli stessi spropositi di movimento di, quando ne avevo 10 , deve trattarsi certamente di un problema genetico , una specie di malattia motoria dalle cause sconosciute . Nell'intimo sono distratto e goffo, cerco di non darlo a vedere, ma capita spesso e nei momenti meno adatti. La rabbia che mi faccio adesso è certamente esagerata per il motivo che l'ha prodotta eppure mi danno lo stesso dandomi dell'imbecille e giurando a me stesso che sarà l'ultima volta che accade e l'ultima camicia che sacrifico. Di prime e d'ultime volte ce ne sono state troppe nella mia vita: alla fine le une e le altre si sono eliminate a vicenda. E' rimasto solo quest'uomo che osserva il tramonto dal balcone con la camicia sporca e le mani imbrattate, solo questo.

La colonna sonora non ha niente a che vedere con la pace austera del momento: decine d'automobili starnazzanti stanno facendo del loro meglio per far diventare più nevrotica la città; in certe ore si danno tutte convegno lungo questa strada con i loro omini alla guida e vanno o perlomeno cercano di andare da qualche parte.Io invece da un po' di tempo mi sono fermato. Pare che alla fine capiti a tutti e senza preavviso. I clacson delle auto sono diventati distanti ma il motivo non è un’insperata buona creanza dei catanesi al volante; la causa vera di questo silenzio ovattato e innaturale è la conseguenza di una lunga rincorsa. Ed io finalmente capisco dove sono giunto stasera e perchè la sensazione del tempo ora ha questo sapore speciale: sono alla prima stazione dell'inventario della mia esistenza. Per qualche tempo il treno si fermerà qui, non so quando ripartirà ma in fondo non mi dispiace. E' un luogo molto particolare e voglio respirarne l'aria fino in fondo con una calma che non mi è consueta; sento che qui non puoi nasconderti niente.

Così ho deciso di sedermi su un'immaginaria panchina e ricordare. Ricordare bene e con attenzione perchè il tempo trascorso è tale e tanto da sfidare le capacità della mia mente a non farsi travolgere dai miraggi e dalle illusioni.Lo smarrimento di prima ritorna, insistente: questa stanza e questa città sono tutt'altra cosa dalla storia che voglio raccontare, sono la valle solitaria e lontana dove lascerò le mie ossa, il cimitero dove finiscono i dinosauri come me orgogliosi fino in fondo della loro inevitabile immanenza. Guardo fuori dal balcone e tremo un poco, solo un po’: questa idea della morte e dell'inevitabile fine fanno a pugni con i colori gloriosi della sera che sta rapidamente calando sulla baia d'Ognina. Mi accorgo improvvisamente che non sopporto più né la casa né i gelsi, che ne ho piene le tasche di tutto e tutti. Che bella furia allucinata e distruttiva si è impadronita di me! Che vadano al diavolo le elucubrazioni, i ricordi e tutto il carico d'inutile dolore che si portano dietro. Uscirò da quella porta, mi metterò anche io dentro la mia scatoletta con le ruote, starnazzerò come gli altri omini…meglio di loro e scenderò verso il centro. Voglio vivere, oggi, voglio sentire l'umanità strusciarmi vicino lungo Via Etnea, voglio vedere se la gente si accorge di me, se capirà di incrociare nei suoi passi un vero superstite, uno degli ultimi esemplari rimasti di amante degli amori impossibili. Questa città, in fondo, è famosa nell'isola per la forza e la varietà degli amori e degli amanti appassionati che la popolano. C'è una lunga e radicata tradizione sociale e letteraria col suo marchio di fabbrica, con le sue passioni assolute e quasi febbricitanti e mille sguardi di fuoco che sciabolano tra la villa e Via Umberto, occhiate che troncano il respiro e fanno bollire il sangue. Ci sono ancora molti cittadini "ruspanti", maschi con i baffi e femmine con le tette che amano recitare tutte le parti della tragedia amorosa e sanno fingere di non conoscerne l'epilogo. Lo dico senza sarcasmo: qui l'eros non è uno degli ingredienti, ma la prima delle essenze con le quali cucini la vita; se non mangi di questo cibo è megghiu ca cangi paisi pi' nun ristari dijunu. Ma io devo esser sincero, non sono restato digiuno qui negli ultimi trent'anni, anzi mi sono spesso intrufolato fra gli invitati al banchetto…e ho pranzato, cenato, fatto colazione e merenda. Conosco alcune persone che di questo stile di vita ne hanno fatto la regola: passione, sesso,incontri notturni, corna, orgasmi, estasi e disperazione. Un vortice senza fine e senza limiti d'età, un fiume d'energie incanalato verso una sola meta, l'unico gioco che valga la pena di giocare e, soprattutto, la negazione del dogma isolano secondo il quale “cumannari è megghiu 'i futtiri.” Ed io' Già cosa devo farne di me? Io non sono mai stato un buon commensale, non sono di bocca buona, spesso mi sono annoiato mortalmente ed ho lasciato la tavola ben prima del brindisi finale. Lo ripeto, non sono entrato a far parte della confraternita, l'oggetto del desiderio mi affascina sicuramente però a modo mio, esclusivamente mio; sembra un vanto ma adesso si mostra per ciò che realmente è, una sconfitta voluta e guardarmi attorno non serve, non basta a cancellare l'altra faccia della medaglia di questa passeggiata serale lungo il viale delle rimembranze. Sto peggio di prima, la realtà comincia a manifestarsi in modo evidente ed è triste: alla fine tutta questa gente che mi sfiora, mi guarda e ammicca, che mi cola addosso i propri umori densi mi dà un senso d'asfissia. E' meglio cambiare itinerario e dirigersi verso il mare, i pesci almeno sono muti, li puoi interrogare e inventarti le risposte: una delle mille facce della pietà.

4 commenti:

Antonella ha detto...

I gelsi neri? non conosco questi frutti .

salina ha detto...

@ANTONELLA e NADIA - Sono i frutti dell'albero del gelso, ovviamente; nell'ottocento, sia in Toscana che in Brianza, venive usato per allevare i bachi da seta: ha delle belle foglie chiare, i frutti simili a grosse more sono di due tipi, almeno al sud, un tipo bianco ed uno nero. Dolcissimi e succosi entrambi.

Antonella ha detto...

un frutto succoso e dolce e colante. Sembra una cosa sensuale

salina ha detto...

@ANTONELLA- Ne ha molte caratteristiche: è difficile fermarsi dal mangiarne quando si è cominciato ed ancora più difficile liberarsi dei suoi segni dopo averne consumato (vale per il tipo nero).