lunedì 26 gennaio 2009

AGGRAPPATO AL CIELO- Terza parte

Via Notarbartolo: la polvere. Dedicato a mio padre ed alla lontananza che spacciamo per reciproca conoscenza.
La stanza di casa mia era ombrosa, mi piaceva riconoscerla: la poltrona accoglieva il mio corpo come solo un mobile di famiglia può fare. Sembrava il saluto di un vecchio amico. Nulla era fuori posto, sarebbe stato incredibile il contrario; ma io non provavo alcun conforto.Ero lì e basta, a guardarmi in faccia e a non riconoscermi.
Nella libreria alcuni volumi, più consunti di altri, parlavano delle mie letture più assidue: Pirandello, Stendhal, Quasimodo…e il secondo volume della storia delle civiltà del Durant, splendido come sempre nella sua brossura dorata. Davanti al mobile in noce, imponente, la poltrona in velluto verde sulla quale ero seduto e, a lato, la lampada a stelo a forma di calice, uno dei pochi acquisti bizzarri di mio padre. Nel silenzio placido delle cose familiari sentivo le innumerevoli ore trascorse ad inseguire i miei sogni segreti. Tutti quei libri di fronte a me sembravano un folto pubblico assiepato nell'arena della mia vita. Essi avevano già chiaramente espresso la loro opinione: ero certamente un idiota.

La sensazione di vuoto mi isolò e mi protesse per un tempo indefinito e così quell'anno, giunto quasi alla fine, potè defilarsi senza ulteriori scossoni. Masticavo le giornate lentamente, ma esse erano prive di gusto: grossi ciotoli levigati tutti uguali gli uni agli altri, rotolavano tra la libreria e le strade di Palermo. Io non ero più il turista di lusso a tempo pieno di sei anni prima, ero diventato piuttosto un poveraccio affamato, costretto a guardare il banchetto della vita da dietro un vetro spesso: le esistenze altrui.Nessun rumore, nessun profumo… ai miei sensi non giungeva più niente e tutto quel movimento che osservavo, privato delle sue note caratteristiche, sembrava un turbinio senza senso. Sapevo cosa facevo e dove mi trovavo: il bagaglio storico e personale dei luoghi che attraversavo mi era ancora perfettamente noto, ma io non lasciavo traccia di me stesso nel mio animo. Ero diventato un libro stucchevole riletto senza voglia.Le rare volte in cui ponevo attenzione alla mia condizione esistenziale, quelle dove non arrivava l'onda del grande sonno, la mia spinta vitale non superava un cupo fatalismo e una rabbia sorda e inutile.Fu una fortuna che la dolcissima primavera siciliana fosse indenne alle mie elucubrazioni crepuscolari e passasse , affascinante, sopra il mio pietismo stolto e grigio. Cominciò a sfogliare il libro che custodiva l'inventario perfetto delle emozioni senza tempo, mise dentro i miei occhi il blu antico delle sere sopra i palazzi barocchi, dentro le mie orecchie la commozione infinita d'una musica che non aveva mai cessato di suonare e, una sera d'aprile, mi portò in Via Dante per abbandonarmi da solo con i miei pensieri dinanzi al grande cancello di Villa Malfitano.
Non era ancora buio, mi trovavo in quella "terra di nessuno" in cui la luce era sufficiente a definire i contorni delle cose ma inadeguata per distinguere con certezza il giardino al di là delle sbarre nere. Così vedevo l'oleandro accanto alla casa del custode, ma non riuscivo a distinguerne il colore. L'edificio principale, lo sapevo, era completamente nascosto dalla massa arborea del giardino e si trovava alla fine del viale di ghiaia bianca che iniziava ai miei piedi e spariva, dopo una curva, a trenta metri dal cancello.Il rumore delle auto alle mie spalle era in perfetta sintonia con la mia città fine anni '70, distonica e volgare, che mi blaterava alle spalle. Fu il fastidio d'ascoltarla che mi spinse a cercare rifugio mentale nella penombra elegante e leggera di quest'altra Palermo, sparita cinquant'anni prima dentro un giardino. E' impossibile conoscere con certezza il funzionamento dei meccanismi della vita, anche se è la tua, ma quella sera mi riappropriai di me stesso, dei miei sentimenti e, con gioia, finalmente mi sentii male.La vecchia signora Whitaker uscì dal suo ritratto ad olio posto all'inizio della grande scala che portava al piano superiore della villa. Disse qualcosa alla sorella dentro l'altro quadro assorta in chissà quali pensieri e poi attraversò il giardino passando sotto la volta verde del gigantesco ficus per introdurmi a casa. Mi sembrò un'eccessiva confidenza per uno sconosciuto come me, forse uno scambio di persona? Mi chiese solamente di chiudere gli occhi… una visita personale e discreta per una dimora solitaria e impossibile.
Mobili e oggetti fine secolo, vetrine, tende, lampade… un gusto squisito. Ritratti ovunque: amici, parenti, aristocratici, regnanti, letterati, musicisti, molti autografi. Ottime frequentazioni Madame, vedo che conosceva i Florio, i Mazzarino, prefetti, cardinali e ministri..Alle pareti tele dell'ottocento siciliano che non avrebbero sfigurato in un museo e alcuni grandi arazzi che potevano essere appesi solo qui. Percorsi il lungo e silenzioso corridoio centrale e mi fermai davanti ai due grandi uccelli di bronzo, alti più di due metri con una lanterna pendente dal lungo becco da trampolieri... più in là alcuni notevoli vasi cinesi di qualche antica dinastia e due statue in porcellana raffiguranti una coppia di elefanti indiani. A destra e a sinistra doppie porte imbottite di cuoio per accedere a salotti in stile, sale da conversazione, stanze da pranzo e da biliardo, salone da ballo. Un'immensa e dorata prigione per la vecchia signora Delia e i suoi ricordi d'inizio secolo.Annusai a fondo l'impalpabile malinconia delle vite altrui e dei sogni dimenticati nelle varie stanze, sospesi nell'attesa di voci che non sarebbero mai tornate. C'era una sottile, garbata ironia in questa sospensione infinita: essa aveva evitato alla villa e al suo contenuto di diventare un insieme di triste, lussuoso ciarpame.
Delia Whitaker non mi offrì il tè essendo morta cinque anni prima e nessun altro poteva farlo in sua vece. Villa Malfitano era vuota e silenziosa: non ero io l'ospite atteso, appartenevo ad una società e ad una città troppo diverse. La signora tornò, dignitosamente, dentro il suo grande ritratto ad olio e riprese l'infinita conversazione con Norina, la sorella.
Io rimasi a guardarle a lungo, compresi e me n'andai in silenzio evitando, per fortuna, di piangermi addosso. A casa mi attendeva la poltrona in velluto verde davanti alla libreria… e un ultimo viaggio da compiere.
TRAMONTI AD OCCIDENTE
Tutto ciò che segue è reale, ma mentre Villa Malfitano è restata come io l'ho descritta, Selinunte adesso è all'interno di un'area archeologica che, per quanto mi riguarda, ha snaturato il senso che avevo del luogo. Niente dura per sempre.

Selinunte era un'ampia falce di sabbia dorata che terminava con un basso promontorio di terra e roccia. Selinunte erano le mie estati di bambino, una magia che non si sarebbe ripetuta mai più.

Di questo luogo conoscevo ogni pietra, ogni goccia del mare, persino i ciuffi di rosmarino e cardo selvatico mi erano amici.I miei compagni di scuola in Lombardia, alla fine dell'anno, si sentivano dei privilegiati perché si trasferivano sulla riviera romagnola o sulla costa ligure. Li compativo, io ad ogni estate facevo il bagno con gli antichi Dei di questa terra; mi lasciavo accarezzare dall'acqua turchese mentre i piedi giocavano con la sabbia bionda e granulosa.
In questo mare avevo imparato a nuotare e, quando m'immergevo, scoprivo poi le colonne rosee dell'acropoli attraverso il filtro acqueo sui miei occhi un attimo prima di riemergere. Ricordo che gli ultimi istanti che precedevano il bagno erano pieni di una frenesia felice trattenuta a stento dai tempi rigorosi di mio padre in versione comandante salutista.Gli ordini erano chiari e mi obbligavano a sgambettare lungo la rena dorata per almeno un'ora, il tempo necessario ad una parziale digestione. Bollivo sotto un sole impietoso e guardavo il mare, imprecavo sottovoce, ma ubbidivo, avevo forse alternative? Poi l'acqua, amante dolcissima,mi prendeva fra le sue braccia ed io diventavo immemore di tutto.

Le immagini dell'infanzia scorrevano adesso davanti a me con lucida pienezza. Non udii nemmeno le parole del cameriere al quale avevo ordinato la consumazione perché cercavo di fissare altre voci; mi sfuggivano, quando ero ad un passo dal prenderle.- Ci desidera un po' di limone nel chinotto? Oppure della granita?-Il giovanotto in giacca bianca ostentava un savoir faire improponibile visto il luogo e l'ora, forse s'era ingannato per il mio aspetto. In questi posti io, fin da bambino, sono stato spesso scambiato per uno di quei turisti del nord, gli unici snob che per decenni sono discesi sino all'anticamera dell'Africa soltanto per visitare l'area archeologica.
Risposi di buon grado al cameriere: l'affetto per i luoghi della mia infanzia addolciva la mia naturale misantropia. Sapevo con assoluta certezza che era l'ultima volta che avrei potuto incontrarli, l'ultima occasione per sentirli nell'intimo delle mie fibre così come essi erano sempre stati per me.


A volte è una questione d'odori nell'aria e capisci, in un momento, che il tuo sentimento per un luogo sta per cambiare in modo ineluttabile. Puoi disperarti o far finta di niente, ma io, seduto ad un tavolo del bar Lido Azzurro, di lì ad una settimana sarei stato un altro in un altro luogo e in un tempo diverso. Questa certezza mi dava un disagio profondo, non avevo alcun potere, alcuna voglia d'impedire la metamorfosi. Perché avrei dovuto far sopravvivere un simulacro di Selinunte, dei miei quattordici anni, del mare sotto l'acropoli? Per inorridire tra uno o due decenni dinanzi alla maschera grottesca che sarebbero diventati? Esiste un accanimento terapeutico anche per le emozioni, i sentimenti, i ricordi: è questione di scelte, io avevo deciso che questo luogo sarebbe scomparso con me e sarebbe stato per sempre solo mio.
Allungai le gambe stirandole sotto il tavolino e cominciai a sorseggiare la bibita. Poca gente in giro per le strade di Marinella ma all'inizio di Giugno, in un tardo pomeriggio feriale, era un fatto normale. Per i siciliani il sole, il mare, l'aria tiepida sono beni scontati e, come tali, facilmente trascurabili. Io stesso, dopo i primi due anni, dovevo fare, di tanto in tanto, lezione di saggezza a ritroso per combattere l'abitudine a tanto ben di Dio.- Desidera altro signore? Abbiamo un ottimo gelato al caffè, alla nocciola,al cioccolato oppure un semifreddo alla mandorla? -Cominciavo ad odiare il cameriere. Ero qui in un pigro e insignificante martedì pomeriggio allo scopo preciso di star solo a sentirmi vivere e quest'uomo da tre quarti d'ora si sentiva in dovere di descrivere al tedesco di turno( io) le specialità della casa al ritmo di una proposta ogni dieci minuti.- No grazie, va bene così. Il conto per favore.-Accarezzai lentamente la fotocamera che doveva immortalare l'ultima parte della giornata.


Molti anni prima, in un pomeriggio uguale a questo, avresti visto quattro persone camminare lentamente lungo la stradetta che attraversava la zona archeologica. L'ordine del drappello era sempre lo stesso: mio padre in testa, davanti a tutti di almeno una decina di metri. Poi mia madre, guardinga e speranzosa di un ritmo di marcia meno baldanzoso. Infine io e mia sorella, occupati a sciamare ovunque in ordine sparso. "Passeggiate in famiglia" erano chiamate ed erano ogni volta un'avventura diversa; una sorta d'animazione primordiale senza telecamere ma con alti indici di gradimento attraverso le rovine dei templi dorici della collina orientale, le pietre ammucchiate come pugni di sale bianco sopra un poggio che guardava il mare.

Cominciai ad affrettare il passo, il sole aveva iniziato la sua discesa…sentii la voce di mia madre.

- Nenno, Nenno, insomma rallenta, che fretta c'è.-

Mia sorella rideva inseguendo una lucertola.

- Io, tanto per precisare, non corro. Cammino. Nun sugnu comu attia e to' matri, lentopede e scacciavo. D'altro canto paisani siti e comu i paesani camminati. Va viri inveci unnè to' figghiu Enzo.-

- Ma u sai chi sì veramenti spiritusu! Veramenti, cittadinu e spiritusu.-

Lo sfizio di sempre fra loro: discutere in dialetto. A noi figli, invece, era riservato esclusivamente l'italiano. Perfetto. Mi fermai, come facevo allora, per raccogliere una lumaca attaccata ad uno sterpo rinsecchito. Perdevo tempo dunque e restavo indietro, allora come adesso.



Fermo davanti al tempio adesso il silenzio era assoluto, con la mano cercai la fotocamera dentro la tasca del giubbotto. Sulla pelle scorreva un brivido sottile, un'emozione vera: come da bambino questo silenzio era il segno premonitore del miracolo che mi attendeva fra le rocce.

Le colonne si andavano colorando di un rosa più intenso rubato al sole che, sempre più grande, era ormai quasi sopra il Baglio Bonsignore. Dovevo muovermi più in fretta. D'ora in poi il tempo avrebbe mutato nell'intimo la sua essenza. I minuti, i secondi potevano dilatarsi o coagulare gli uni sugli altri senza uno schema logico prevedibile.



Vent'anni prima, per mio padre, era molto più semplice: una sera dopo l'altra l'estate lunghissima gli regalava opportunità continue di vivere senza fretta. Dopo la sosta al tempio E, ancora pochi passi e tutta la famiglia giungeva sullo spiazzo delle rovine del tempio G: un'enorme quantità di blocchi di pietra grigia, un groviglio inestricabile e confuso di rovi, terra e resti architettonici popolati da gechi e insetti. Dell'immensa struttura restava il perimetro d'alti gradini ed un'unica alta colonna interna, levata come un dito ammonitore e misterioso. Era chiamata da sempre "lu fusu di la vecchia".Le voci mi raggiungevano nuovamente…
- Mamma, che significa? E dimmelo. Perché non me lo dici?-
- Non significa nulla di speciale, Mariella. E' un soprannome popolare come tanti, non vedi, somiglia ad un fuso per filare questa colonna-
Interveniva mio padre e, mentre salivamo per un sentiero fra le pietre, ci raccontava per l'ennesima volta di com'erano le cose prima e non fossero più. Filatura compresa. Sentivo il silenzio, sempre più assordante. Percorrevo, da solo, la vecchia strada ed ero stupito di come niente fosse cambiato: le gambe sembravano muoversi in modo autonomo. Mi fermai. Attesi un momento ma le voci erano scomparse, lontano da molto tempo, questo pellegrinaggio iniziato da solo, in solitudine doveva finire. Avanti per qualche metro: ero proprio sotto lu fusu e le ombre diventavano sempre più lunghe.
Altri passi veloci… finalmente "la seggia" era davanti a me! Per uno strano e insondabile caso questo pezzo d'architrave, crollando dall'empireo della sua alta funzione, rotolando e spezzandosi assieme alle migliaia di altri blocchi di pietra, era rimasta in cima al mucchio. Superba e insensibile agli insulti del tempo, capovolgendosi, si era sistemata come un divano di foggia avveniristica sopra tutti i resti della gloria ellenica. Arrampicandomi poggiai infine le spalle sullo schienale di pietra: era ancora dolcemente tiepido per il calore accumulato durante il giorno.Ma, ora, non c'era più tempo per riflettere: lo spettacolo stava per iniziare.Il cielo terso, immacolato, da azzurro era diventato blu intenso.Io, seduto nella mia poltrona, vidi comparire la prima stella: Venere mandò un lampo di luce e cominciò a brillare come un gioiello.
Il sole, largo e arancione, s'era portato sulla verticale dell'acropoli, il suo disco, diventava nella parte inferiore, di un rosso carminio, come fosse venato di sangue.Non c'era più luce, piuttosto un riflesso interno e luminoso che aveva vita propria.L'astro scese tra le colonne del piccolo tempio dell'acropoli che erano diventate tanti minuscoli aghi neri, rilevati sullo sfondo del cielo e del mare. Adesso avevano entrambi un'impossibile tinta color indaco. Mi girava la testa. Non vedevo nulla, ma sentivo tutto con precisione assoluta.
Poi, all'improvviso, questo stillicidio cromatico e temporale divenne un urlo viola. Il disco solare emise un respiro tagliente di luce rossa e il tempo si fermò.Tutto immobile: il cielo, la terra su cui posavo i piedi, il sole pronto ad essere inghiottito dal mare, le pietre dei templi e l'aria con il suo sottile aroma di rosmarino. Io ero lì, come il bambino di vent'anni prima e l'uomo di adesso. I miei ricordi d'infanzia legati ai pensieri da vecchio che rigiravo nella testa.Ogni cosa al suo posto, sospesa, perfetta nel suo significato più intimo, senza alcuna necessità di collocazione temporale. Probabilmente era questa l'eternità, quella parte di metafisico che ognuno di noi possiede e che spesso chiamiamo anima; il desiderio struggente che divora la nostra vita come un'amante irraggiungibile.
Mi invase un benessere calmo, profondo ed io lo assaporai fino in fondo, le braccia allargate e la testa reclinata all'indietro: poter riflettere e finalmente capire come si era chiuso il cerchio della mia vita, cosa avevo fatto e cosa ero diventato. Furono le cicale a segnare la fine dell'incantesimo, a farmi scendere dal divano di pietra. Attorno al tempio camminavano tranquillamente mio padre, mia madre, mia sorella; la famiglia di nuovo unita e fu molto bello tornare ragazzino, con loro.
Quella notte, seduti sul grande capitello rovesciato, abbiamo ascoltato con attenzione le molte storie, le piccole grandi avventure narrate da mio padre. Il firmamento era un enorme puntaspilli di velluto nero pieno di stelle e galassie. Fu eccitante osservare una luce mobile che attraversava lo spazio sopra di noi: un aeroplano? Forse un satellite? Più probabilmente lo sguardo divertito degli antichi Dei che osservavano il nostro formicolare quaggiù sulla terra.
Papà, sono certo che anche tu ricordi le notti in cui stavamo tutti con il viso in aria a farci accarezzare dal vento tiepido che veniva dall'Africa.Esse non sono trascorse per sempre, sono soltanto andate altrove a raccontare di noi quattro e dei nostri stupori.

1 commento:

Nadia ha detto...

emozionante...